lunedì 2 novembre 2009
Cose Selvagge per Bambini Cresciuti


Ascoltavo Radio Popolare ieri sera e la recensione di un film appena arrivato nelle sale italiane ha attirato la mia attenzione. Nella versione originale si intitola "Where the Wild Things Are", esattamente come il libro da cui e' tratto. Ed un titolo cosi' bello non poteva che appartenere ad un libro per bambini, apparentemente uno dei piu' amati di tutti i tempi. A me non e' suonata nessuna campanella finche' non sono andata a guardarmi le illustrazioni, che ho riconosciuto subito per averle viste spesso in librerie e biblioteche.Da sole raccontano un mondo intero e commuovono gli adulti.

"And when he came to the place where the wild things are
they roared their terrible roars and gnashed their terrible teeth
and rolled their terrible eyes and showed their terrible claws
till Max said "BE STILL!"
and tamed them with the magic trick
of staring into all their yellow eyes without blinking once
and they were frightened and called him the most wild thing of all
and made him king of all wild things.
"And now," cried Max, "let the wild rumpus start!".

Pare che l'autore (di testo e illustrazioni), Maurice Sendak, si sia ispirato ad una coppia di zii, ebrei di origine polacca dall'inglese zoppicante, nell'ideare le sue creature selvagge, e per esplorare il grottesco e l'onirico della fantasia infantile. Anche se le creature di Sendak ispirano tenerezza piu' che terrore, non ce dubbio che egli violi l'Assioma del Piccolo Principe, per cui "Tutti i grandi sono stati bambini, ma pochi di essi se ne ricordano". Sendak se ne ricorda di sicuro, e va a rafforzare l'evidenza empirica del mio Corollario all'assioma suddetto, per cui "gli adulti che si ricordano della propria infanzia, sono spesso artisti geniali".
Come ulteriore prova del mio corollario, concludo con un'altro artista geniale che si ricorda della propria infanzia:
(The small magnifying glass-along with an album for twenty-five hundred stamps, a stamp tweezers, a perforation gauge, gummed stamp hinges, and a black rubber dish called a watermark detector-had been a gift from my parents for my seventh birthday. For an additional ten cents they'd also bought me a small book of ninety-odd pages called The Stamp Collector's Handbook, where, under "How to start a stamp collection", I'd read with fascination this sentence:"Old business files or private correspondance often contain stamps of discontinued issues which are of great value, so if you have any friends living in old houses who have accumulated material of this sort in their attics, try to obtain their old stamped envelopes and wrappers". We didn't have an attic, none of our friends living in flats and apartments had attics, but there'd been attics just beneath the roofs of the one-family houses in Union-from my seat in the back of the car I could see little attic windows at either end of each of the houses as we'd driven around the town on that terrible Saturday the year before, and so all I could think of when we got home in the afternoon were the old stamped envelopes and the embossed stamps on the prepaid newspaper wrappers secreted up in those attics and how I would now have no chance "to obtain" them because I was a Jew.)

(e' Philip Roth in "The Plot Against America")
 
posted by Chiara at 19.54 | Permalink | 0 comments
lunedì 28 settembre 2009
Passaggi e cambi di cappello
Non posto dal mio compleanno, piu' di tre mesi fa. Nel frattempo ci sono state Hyderabad e Delhi, un assaggio londinese, un piacevole ritorno fiorentino, due mesi passati a studiare come non succedeva dai felici tempi del Curtatone, una puntata di "Scova l'intruso a palazzo Koch", lunghe chiaccherate e ritrovamenti.
In tutto questo tempo ho sepolto l'avventura indiana in un angolino della mente, sapendo che presto avrei dovuto ricominciare a lavorarci sopra. Questo momento e' infine arrivato e come inizio soft sono andata a ripescare appunti di post non pubblicati al momento in cui gli ho scritti.
Li pubblico adesso, anche se sono un po' sconclusionati e lasciati a meta', per rientrare nella giusta atmosfera.

I'll Never Do It Again (INDIA)

Francamente non ne posso più delle infinite, stupidissime, inutili regole indiane.
Se nella vita pubblica e nei comportamenti di massa vige la più totale anarchia (chi ha inventato l'espressione “fila indiana” decisamente si riferiva agli indiani d'America, perchè nel sub-continente indiano stare in fila è praticamente proibito), le relazioni sociali sono iper-regolate e soggette a numerosi tabù. Altrettante però sono le contraddizioni e le eccezioni alla regola, rendendo il tutto più difficile da capire e da accettare.
Il Kamasutra è stato inventato in India, ma le dimostrazioni d'affetto in pubblico sono tabù. Fa eccezione il caso in cui siano scambiate tra uomini: è comune vedere ragazzi che attraversano la strada sotto braccio o per mano. L'omosessualità però era considerata reato fino alla settimana scorsa.
La cosa che si avvicina di più a un corso di educazione sessuale è la pubblicità della pillola del giorno dopo in televisione. Ma il preservativo è un tabù.
Marie Clair India dedica un articolo all'acquisto di sex toys da parte delle donne, ma informa che l'importazione e la vendita di tali prodotti è reato in India. Inoltre dedica un articolo alle giovani donne single che vivono da sole-pare siano in aumento, ci sta che siano gia' qualche centinaio in tutta l'India (sic).
Al negozio ti incartano gli assorbenti perchè non è carino farli vedere in giro e dire che ti scappa la pipì è un tabù. D'altra parte l'altro giorno mi sono ritrovata davanti ad un poster plastificato raffigurante una ragazzina seduta tra cespugli e fiorellini, grande a sufficienza da coprire la parete di una stanza. Sapendo che la ragazzina in questione è viva e vegeta, mi sono azzardata a chiedere per quale occasione fosse stato fatto. La risposta, per una volta in inglese quasi corretto e scientifico, è stata: il primo mestruo.

La pubblica amministrazione è ovviamente la suprema dispensatrice di regole inutili. Dovendo spedire in Europa 15 Kg di materiale cartaceo accumulato in due mesi di lavoro, ho avuto l'occasione di sperimentare le efficienti assurdità (il pacco è arrivato in una settimana) delle Poste indiane.
Per qualche oscura ragione è possibile spedire solo oggetti “imbustati”, ovvero contenuti in sacco o busta di materiale resistente, quale tela o tessuto. Il mio scatolone malmesso e ricoperto di scotch, trasportato all'ufficio postale in bilico sulla vespa tra me e Vinjaran, certo non risponde a tali criteri. Non scoraggiati al primo ostacolo, andiamo in cerca di un sarto che mi prepari un sacco adeguato. Mentre visualizzo immagini di libri riposti in una federa mi viene in mente che un sacco di riso può facilmente servire allo scopo.
La città (e tutta l'India) ne è piena, quindi non è difficile trovarne uno. Chiediamo aiuto ad una squadra di fattorini delle ferrovie in camicia rossa che indolenti riposano seduti per terra lungo la strada. In pochi minuti il sacco viene cucito tutt'intorno alla mia scatola, rivestendola completamente. Il fattorino più anziano, che dirige le operazioni, ha lo stemma di ToysRUs impresso sulla camicia. Mi chiedo come la divisa di una catena di giocattoli sia potuta diventare la divisa di fattorini indiani.

Da nazione orgogliosa qual'è, l'India dovrebbe capire che per essere considerata un paese moderno, dovrebbe fare lo sforzo di spingere le regole del proprio galateo verso standard internazionalmente accettati.
In particolare qualcuno dovrebbe prendersi la briga di spiegare agli indiani che l'eccessiva gentilezza rischia di sfociare in maleducazione. Ad esempio invitare un amico a cena e poi farlo mangiare da solo mentre tu te ne giri intorno alla tavola studiando ogni sua minima mossa e riempiendogli il piatto di cibo che non desidera, non fa di te l'ospite prefetto. L'abitudine di riempirti il piatto non appena accenna a svuotarsi mi risulta particolarmente noiosa. Non ho modo di godermi un pasto perchè passo tutto il tempo in tensione sperando che non mi rifilino un'altra scodellata di pappina nel piatto. Non so quante volte al giorno dico thanks but no thanks. Per qualche assurda associazione mentale torna a venirmi in mente il personaggio di Panariello che aveva un problema, che era l'avvoltoio sul letto della nonna. Ecco qui la sensazione è simile. Quella di avere un avvoltoio che ti sta seduto sullo schienale della sedia e aspetta il momento giusto per convincerti che in fondo vuoi ancora un po' di dal.

P.S. sul titolo: non e' per niente vero that I'll never do it again. Ma era un acronimo troppo bello e troppo rappresentativo di certi momenti di sconforto che il sub-continente ti puo' portare a vivere, per non usarlo.
 
posted by Chiara at 11.14 | Permalink | 0 comments
sabato 20 giugno 2009
Ventisette a Quarantaquattro
17 Giugno 2009, Badrachalam, Khammam District, stato dell'Andhra Pradesh, India.
44 C°.
Quarantaquattro gradi centigradi.
Alle 11.30 ho già bevuto due litri d'acqua. Mi trovo in zona per intervistare famiglie nei villaggi dei dintorni. La giornata di lavoro si svolge incredibilmente bene e tutto gira per il verso giusto. Terminiamo tutte le interviste nel giro di 5 ore, ottenendo le risposte che speravo. Mi incazzo solo un paio di volte con Subba Rao. Per pranzo riesco ad evitare il riso e a mangiare qualcosa che assomiglia a verdura fresca. Troviamo ospitalità nella guesthouse della forestale, così ho un letto pulito in cui dormire e l'aria condizionata in camera.
Secondo Subba Rao e Murthy è tutto merito di Lakshmi e di Sri Rama, che questa mattina mi hanno dato la loro benedizione, e del fatto che quest'anno il mio compleanno è caduto in un giorno fortunato.
A Badrachalam si trova un importante tempio Hindu, visitato da pellegrini provenienti da tutta l'India. I miei devoti assistenti hanno pensato di festeggiarmi alla loro maniera proponendomi una visita al tempio ed io non dico mai di no ad una benedizione, che non si sa mai. Così ho offerto il cocco, toccato i gradini, mangiato il pugnetto di riso offerto ai pellegrini (senza prendermi nemmeno un parassita intestinale), donato 20 rupie e seduto in meditazione. Oltre alla serie di fortunati eventi, ho ricevuto in cambio una statuetta in lacca del dio Sri Rama, della moglie Sita e del dio-scimmia Hanuman.
Certo Chennari avrebbe qualcosa da ridire nell'attribuire tutto il merito della buona riuscita della giornata alle divinità Hindu. Immagino piuttosto che tirerebbe in ballo Gesù Cristo. Due giorni fa in effetti, dopo avermi fatto spengere le candeline e imboccato la torta, mi aveva promesso che lei e gli altri avrebbero pregato per me nel giorno del mio compleanno.
L'altra metà (o più probabilmente sesto) dell'India infatti, oltre a pregare un unico dio, festeggia con la torta e le candeline e canta Happy Birthday. Ovviamente nella variante indiana, cioè con un sacco di regole e una pesante gentilezza che uccidono tutta la spontaneità.
La torta viene offerta, ma non mangiata. Ogni invitato deve imboccarne un pezzo al festeggiato (l'imboccarsi a vicenda è ritenuto gesto di grande affetto da queste parti, a me fa rabbrividire) e poi la torta scompare dalla stanza.
Le candeline sono montate all'interno di un bocciolo di plastica che si apre mostrando il suo tesoro e intonando la solita musichetta all'infinito, senza possibilità di essere interrotta se non decapitando il marchingegno.
Da parte mia, mi ero presentata con una scatola di dolci da offrire per l'occasione. Ma anche questa fase è soggetta a dettagliate regole. Solo dopo essere stato ingozzato di torta il festeggiato può offrire i suoi dolci, presentandoli rigorosamente a ciascun invitato. Anche questi, se avanzano, scompaiono dopo poco misteriosamente.
Il tutto si conclude piuttosto velocemente, lasciandoti col dubbio di non aver offeso nessuno rubando un dolcetto in più dalla scatola abbandonata sul tavolino.

In ogni caso, merito della spiritualità indiana oppure no, quest'anno sono invecchiata sentendomi più leggera.
 
posted by Chiara at 14.50 | Permalink | 1 comments
mercoledì 10 giugno 2009
Auguri e figli maschi
Tutti i giorni si sposa qualcuno. Maggio è il mese dei matrimoni secondo il calendario Hindu e anche se da queste parti son tutti cattolici, la tradizione è rispettata nella ricerca dei giorni propizi per celebrare l'unione. Il sincretismo religioso certo non si ferma qui e la quantità di regole che vanno rispettate prima durante e dopo la celebrazione del matrimonio potrebbe riempire un manuale. Dal cibo da mangiare al numero di parenti da visitare e in quale ordine, ai regali da presentare alla famiglia dello sposo al piede con cui i neo-sposi devono entrare per la prima volta in casa. E poi benedizioni, polvere arancione in capo (tamarik), cambi di saari, reclusione nei tre giorni precedenti la celebrazione, orribili catene d'oro (o simil tale) appese al collo al posto della fede e un pranzo di nozze che francamente non vale la pena nominare, visto che tanto si rifinisce per mangiare la solita roba di tutti i giorni, al limite in combinazione diversa (riso e curry).
D'altra parte l'intera società indiana è permeata da rigide regole in ogni suo aspetto. L'apoteosi della rigidità sociale è ovviamente rappresentata dal sistema di caste. La scarsa libertà concessa alle donne segue da vicino. L'abitudine a combinare matrimoni anche nelle famiglie più colte e liberali conferma che l'amore romantico non va necessariamente di pari passo con la crescita economica. L'unica concessione è l'introduzione del livello di istruzione tra i criteri di selezione. Aver completato un MSc in ingegneria aerospaziale è un plus anche per una ragazza, salvo poi non farsene di nulla. Innanzitutto perchè di agenzie spaziali nel West Godavari non ce ne sono molte e in generale il mercato del lavoro non domanda molto più che braccianti agricoli, in secondo luogo perchè comunque un lavoro nel settore sarebbe inappropriato per una donna sposata e potenziale madre di famiglia.

Tutte le storie di vita che ho sentito raccontare fino a ora si concludono con un matrimonio. I giovani perseguono i propri sogni fino a 20-22 anni, poi il richiamo delle convenzioni sociali è troppo forte e decidono di sposarsi. Il tutto può avvenire in non più di tre mesi. Il tempo di informarsi in giro se qualcuno conosce qualcuno che conosce qualcuno che ha un figlio o una figlia da sistemare, far incontrare le famiglie, offrirsi il te' a vicenda e in qualche caso lasciare l'ultima parola ai diretti interessati. Qualche settimana dopo ti ritrovi ricoperta di corone di fiori e polvere arancione sudando copiosamente sotto il sole delle due del pomeriggio che un tendone verde non riesce a schermare, seduta accanto a un perfetto sconosciuto.
L'avvenimento è celebrato con il più grande rispetto e approvazione, al punto che un matrimonio modesto non ha meno di trecento invitati. Ognuno dei suddetti deve benedire gli sposi versando loro in capo tamarik e riso. Il che significa che la coppia passa dalle sei alle diciotto ore seduta sotto il tendone verde in attesa che la processione degli invitati e la pioggia di riso si esauriscano. Nelle foto appaiono sempre sudati, stremati, incazzati o sull'orlo di un esaurimento nervoso. Un inizio di vita coniugale non proprio entusiasmante, ma certo rappresentativo di quel che sarà poi.
Prendete Chennari. A diciott'anni lascia la famiglia (ricca e colta) e va a studiare a Hyderabad per diventare chef. Tre anni dopo si specializza in cucina italiana e viene selezionata per andare a lavorare sui traghetti di Costa Crociere. Ma nel frattempo la madre muore e convenzione vuole che lei si sposi. La ragazza non è una ribelle ed evidentemente le piace l'idea di giocare alla prima donna nella famiglia. Così di buon grado sposa un primogenito, a lei coetaneo e dal sorriso simpatico, ingegnere che lavora per una multinazionale e sospetto stipendio da occidentale. Insomma mica le va male. Ovviamente addio Costa Crociere-anche se bisogna riconoscere che la famiglia dello sposo l'ha lasciata scegliere se accettare il lavoro o meno. Ma francamente chi te lo fa fare di passare 9 mesi l'anno in barca a cucinare per turisti annoiati quando puoi passare le giornate a gestire le proprietà di famiglia seduta in poltrona.
Salvo poi annoiare a morte anche se stessa.
 
posted by Chiara at 4.30 | Permalink | 0 comments
domenica 17 maggio 2009
Babilonia
Non capisco niente di quello che dicono. Ovvio, parlano una lingua che mi è totalmente sconosciuta e di cui sono riuscita a imparare solo 4-5 parole (bagundi,buono, per mostrare apprezzamento anche alla fine del più improbabile pasto; garu, luce, una traduzione approssimativa del mio nome; uandamalu, grazie al plurale; nilu, acqua, giusto perchè mi fa venire in mente il fiume Nilo e cucce, siediti, espressione che rappresenta l'apoteosi dell'ospitalità in Telugu. Far metter a sedere l'ospite e dargli qualcosa da mangiare, anche contro la sua volontà, sono regole imprescindibili della buona educazione). Dal momento che in ogni viaggio mi accompagnano almeno cinque persone e che tutte hanno una spiccata attitudine per la conversazione sguaiata, sono per la maggior parte del tempo circondata da parole, discorsi, scherzi, canzoni, di cui impotente ascolto il suono senza coglierne il significato.
La frustrazione è alleviata dall'allegria che regna costante. Per lo più è Murthy che fa una battuta dietro l'altra, e ride, ride, ride, qualsiasi cosa dica, qualsiasi cosa accada. Contagioso pure per me,un fantastico comunicatore, irresistibile anche per la più timida e riluttante signora del più sperduto villaggio che visitiamo. La moglie, Subbu, lo accompagna sempre (sospetto per garantire un'altra presenza femminile nella compagnia oltre a me). Sta zitta il più delle volte, ma son convinta che Murthy l'abbia conquistata proprio con le risate (no, non è vero, è stato di sicuro un matrimonio combinato come nel 90% dei casi da queste parti, ma si vede che si diverte un mondo accanto al marito).
Quando Murthy non chiacchiera o non ride, Israel si mette a cantare. Canta canzoni di vecchi Telugu movies, o tribal awereness songs,o il primo motivetto che gli passa per la testa. Ha due bimbi che gli sono attaccatissimi. Sta studiando per la seconda laurea, ha gli esami tra qualche giorno. Ma pensa già alla prossima. Disegna bellissime mappe dei villaggi con i pennarelli, che poi mi regala. Non riesce a star fermo un attimo, la tipica persona che una ne fa e otto ne pensa. Mi mette un po' in crisi, Israel. E' travestito da sempliciotto, ma nasconde una mente brillante.
Nei rari momenti in cui scende il silenzio, Shyam attacca con uno dei suoi ragionamenti di logica. Non so come suona in telugu, ma in inglese è una di quelle persone che tende a ripetere l'ovvio, credo per la soddisfazione di dire qualcosa di giusto, più che per riempire i silenzi. Tipo ieri, al termine di un viaggio estenuante. Attacca con: “And we also slept to Murthy's friend place. Nice guy. He also gave us dinner. But he doesn't eat much, just some chapati and vegetables. But he prepared chicken for us. And he prepared food for you. And he also prepared breakfast for you, with bread and eggs (n.d.r: che io avevo espressamente detto di non volere). But he as a good place, and good job. He travels a lot. Very nice guy. But no children. This makes me sad”. A me, a Nicola e all'autista, che abbiamo conosciuto l'amico di Murthy, dormito a casa e mangiato i suoi chapati e il suo pollo (bread and egg mi sono rifiutata), non rimane che sospirare e fare si con la testa.

Ogni tanto dal Telugu si passa all'inglese. Ma il più delle volte questo non aumenta la mia capacità di comprensione. L'accento indiano è ancora più terribile di quanto narrino le leggende. La lettera A nello spelling suona come iei, col risultato che sbaglio a scrivere tutti i nomi. Il pepe non cresce sugli alberi, per cui rimango un po' stupita quando chiedo che funzione abbiano certi filari di piante e mi sento rispondere “for pepper”. Per fortuna gli stessi filari ci sono anche in Toscana e deduco che siano per fare la carta.
Ma l'accento non è l'unico problema. Molte delle persone che incontro hanno una conoscenza approssimativa dell'inglese. Conoscono alcune parole chiave, ma ignorano totalmente la sintassi e la grammatica. Ansiosi di parlarmi, mettono le parole conosciute una accanto all'altra senza nessun riferimento spazio-temporale. Tipo “ english book teach” da cui ricavo che mi stanno chiedendo se ho dei libri per imparare l'inglese. O “because we tribal we poor but agencies ITDA development and also election and adivasi land village” da cui non ricavo un bel niente. Difficoltoso risulta essere anche l'uso dei pronomi. Poiché “tu” o “tuo” si dice “miru” in telugu e l'assonanza genera confusione, capita spesso che con aria interrogativa qualcuno mi chieda: “my name?” per sapere come mi chiamo, “my father work?” per sapere che lavoro fa mio padre, “my bath?” per sapere se mi voglio lavare.
La simpatia per l'uso dei pronomi è generalizzata anche a chi l'inglese lo dovrebbe conoscere. La maggior parte delle conversazioni cominciano con “he”, or “they”, or “his”, or “that fellow”, senza che nessun riferimento di chi o di cosa si stia parlando venga fornito. Il contesto è sempre dato per scontato e la maggior parte delle mie domande di chiarimento vengono mal-interpretate, per cui nella maggior parte dei casi devo indovinare la metà delle informazioni che mi vengono riportate. Ma è quando si mettono ad usare le sigle che mi fanno veramente diventare matta. Per chissà quale ragione pensano che io possa sapere che ISA è la sigla della più famosa compagnia di assicurazione indiana, che PO è Public Officer e che RDO è Revenue Department Officer.

Non c'è da stupirsi che abbia sempre mal di testa. Finchè non imparo a leggere nel pensiero, l'emicranea è uno dei tanti prezzi da pagare per fare ricerca in una lingua che non conosco aiutata da una improbabile e adorabile comitiva.
 
posted by Chiara at 13.40 | Permalink | 0 comments
mercoledì 29 aprile 2009
Gli eroi apprezzano le buone maniere
Ieri sono stata a pranzo con gli eroi della mia infanzia accademica.
Una professoressa esperta di economia internazionale (ma anche economia indiana, globalizzazione, poverta', politica indiana, etc) educata a Cambridge, piu' vicina ai sessanta che ai cinquanta ma bellissima e con l'aria da ragazzina nel suo sari verde; il marito, un vecchietto dalla lunga barba e dai lunghi capelli grigi, giornalista e opinionista e professore di economia e esperto su tutto cio' che riguarda l'India rurale-una gran mente, ma totalmente incapace nelle relazioni sociali, si e' fatto vedere per il tempo del pranzo e poi ha lasciato la moglie a tirare avanti la conversazione; un professore di economia educato a Cambridge, che sembra conoscere tutti quelli che mi hanno insegnato qualcosa sull'India.
E' dal 2005 che mi ripromettevo di andare a pranzo con Jayati Ghosh. Lei e gli altri due sono i principali responsabili della mia scelta di occuparmi di India, e ho sempre sperato che alla fine sarei andata a trovarli nel loro ambiente naturale.
Ovviamente la capacita' d farmi invitare a pranzo poi non necessariamente implica quella di saper sostenere una conversazione brillante con i miei eroi intellettuali. Per fortuna la mamma mi ha insegnato le buone maniere cosi' mi sono guadagnata un "you're so sweet" presentandomi con un English Fruit Cake. Magari mi ricorderanno come "l'italiana che ci ha portato il dolce".
 
posted by Chiara at 10.00 | Permalink | 1 comments
A smart, brilliant move
Mi chiedo quanto tempo della mia vita trascorra a darmi dell'idiota. In ogni caso non abbastanza o non in modo efficace, dal momento che continuo a ripetere gli stessi errori da sempre. L'ulitma cazzata e' stata la rottura degli occhiali. Ma non in modo banale, tipo mi ci sono seduta sopra e si e' spezzata la stanghetta. Piuttosto e' successo che con un movimento fluido e aggrazziato ho tentato di togliermi la maglietta mentre li avevo ancora indosso e in qualche modo sonoriuscita a incastrare i due oggetti l'un con l'altro e a spezzare una delle lenti.
Talmente tipico e prevedibile che non me la sono nemmeno presa piu' di tanto. Mi son rimessa la maglietta, ho messo le lenti a contatto e sono andata a coprare la super glue al "centro commerciale" del campus.
Centro commerciale tra virgolette poiche' trattasi di una corte al cui interno si trovano cinque-sei botteghe che vendono articoli do ogni sorta: dalla carta igienica alle uova, dalla crema nivea ai biscotti burboun,da cucchiaini di stagno a, appunto, la super colla. Difficile che qualcuno ti sorrida in queste botteghe,e bisogna anche stare attenti a non spendere piu' di 100 rupie tutte insieme (meno di due euro) se non si vuoleattirare troppo l'attenzione. Ma a parte questo, possono risolvere la meta' dei tuoi problemi.
Cosi' i miei occhiali son tornati un pezzo unico e hanno pure assunto quell'aria un po' vissuta che non guasta mai (sic), con una specie di cicatrice da un lato.

Un post un po' insulso, lo so, ma avevo bisogno di darmi pubblicamente della bischera.
 
posted by Chiara at 9.56 | Permalink | 0 comments